Darksiders III, questione di Furia

 

di Dario Marchetti

Poco più di otto anni fa, quasi dal nulla sbucò fuori un certo Darksiders, un videogioco che
mescolava combattimenti vagamente alla Devil May Cry e una struttura alla Zelda ma con
una direzione artistica deliziosamente fumettosa, supervisionata dal geniale Joe Madureira.
Il successo fu tale che appena due anni dopo un sequel era già sugli scaffali. E poi il vuoto
cosmico, sei lunghi anni di silenzio che, tra bancarotte del publisher THQ e asset andati
all’asta un po’ ovunque, ci avevano sottratto ogni speranza di vedere un altro videogioco
della serie. Ma a volte la forza di volontà è tale che persino dalle macerie si riesce a
rimettere in piedi un grattacielo. Né è la prova l’epopea di Gunfire Games, che con
Darksiders III ha riesumato, anzi, rianimato, un genere che credevamo ormai estinto. Continua a leggere

Playstation Classic, il ritorno di Sony alle origini del mito

 

di Dario Marchetti

 

 

La nostalgia, signora mia, tira più di un carro di buoi. Lo dimostra l’eterno ritorno dei bei tempi che furono, tra remake di ogni genere che fanno furore al cinema, in tv e in campo videoludico. Ultimo, ma non meno importante, il trend (Come parla? Le parole sono importanti!) delle mini-console avviato su larga scala da Nintendo, con piccole riproduzioni di NES e SNES da agganciare ai moderni televisori per rivivere le vecchie glorie a 8 e 16 bit. Un filone nel quale entra di diritto anche Sony, che in questo 24esimo compleanno ha scelto di omaggiare la primissima Playstation con una riedizione chiamata Classic.

 

 

Nel minuscolo formato di 15×10 centimetri, la Classic ha lo stesso feel minimale dell’originale, con quel grigio che all’epoca era il colore principe nel mondo dell’informatica e dell’elettronica. La cura riposta da Sony nel realizzare quest’oggetto è al limite del maniacale, sia nei materiali che nei tanti piccoli dettagli, dalle scanalature laterali ai tasti sulla parte superiore, passando per i due controller inclusi, riproduzioni un po’ più leggere degli originali ma di qualità identica, seppur prive delle levette analogiche che fecero (e fanno) la fortuna del Dualshock. Un’assenza probabilmente dettata da logiche di costi di produzione e che, insieme ad altri fattori, ha sicuramente influito sul parco giochi presente a bordo. Ma dicevamo dell’hardware: i tre pulsanti della console sono tutti e tre funzionanti, seppur con funzioni in alcuni casi diverse dal passato. Power, come è facile immaginare, accende e spegne la macchina; reset “congela” la partita del gioco attuale e ci fa tornare al menu iniziale; open, originariamente dedicato all’apertura del vano disco, qui fa da tasto “virtuale” nei giochi che all’epoca erano composti da più di un cd. Inclusa nella confezione c’è anche il cavo HDMI, manca solo un adattatore da usb a presa elettrica (va bene anche quello di un telefono Android, basta che sia da 5V) per l’alimentazione.

 

 

Veniamo ora al capitolo software. Premere il pulsante d’avvio e riascoltare quel sintetizzatore leggendario a ben più di un decennio di distanza ci ha fatto scendere la proverbiale lacrimuccia. Il menù è semplice e permette di scorrere, ruotando, tra i 20 giochi pre-caricati sulla console. E proprio qui casca l’asino virtuale, perché la lista dei giochi, e la loro resa a schermo, sono il punto debole di Playstation Classic. Da un lato perché, è un dato di fatto, i poligoni di fine anni novanta sono invecchiati molto peggio dei cari vecchi pixel bidimensionali. E dall’altro perché il meccanismo dei diritti ha avuto pesanti effetti sulla scelte di Sony: alcuni pezzi forti dell’era Playstation, vedi Crash Bandicoot, Spyro, Medievil, Castlevania e così via, sono stati di recente oggetto di riedizioni e/o remaster, escludendoli di fatto dalla collezione. Tranquilli: non mancano le colonne portanti come Metal Gear Solid, Final Fantasy VII, Twisted Metal, Tekken 3, Resident Evil, Grand Theft Auto e Oddworld. Peccato però che alcuni giochi come Parasite Eve, Armored Core e Arc The Lad siano esclusive dell’edizione asiatica.

 

 

Insomma, Playstation Classic soffre un po’ l’assenza di certe mascotte, e forse sarebbe stato più saggio da parte di Sony rinviare di un anno il rilascio (facendolo uscire così nel 25esimo anniversario) per cercare di strappare qualche titolo in più. Liste a parte, si tratta di un oggetto di culto realizzato in maniera certosina, con un prezzo più alto rispetto alla concorrenza (siamo sui 100 euro) ma che per il Natale 2018 sarà senza dubbio una delle idee regalo più cool in circolazione. E nulla vieta, visto che in fondo si tratta di un emulatore, di convincere Sony a rilasciare qualche aggiornamento o espansione per aggiungere ex-post quei titoli che noi nostalgici non vediamo l’ora di rigiocare.

 

Pokémon Let’s Go, generazioni a confronto

di Dario Marchetti

Non è né un gioco della serie tradizionale né un passatempo formato smartphone come Pokémon GO (nonostante le somiglianze nel nome). Con Let’s Go, appena uscito su Switch, Nintendo ha infatti partorito una terza via, un punto di incontro in grado di tornare a far sognare chi ha conosciuto i mostriciattoli sui pixel grigio-verdi del Game Boy e di accogliere chi ha imparato ad amarli solo di recente, in formato app.

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Castlevania Requiem: due giochi, due idee di mondo (e di Dracula)

di Dario Marchetti

Castlevania: Symphony of the Night è stato, ed è tutt’ora, un gioco talmente importante da aver contribuito, insieme a Super Metroid, nel ri-definire un intero genere videoludico, quello appunto dei Metroidvania. Ma quando nel 1997 sbarcò sulle nostre Playstation europee, pochissimi di noi sapevano che quei primi 5 minuti di gioco erano in realtà un flashback da un altro titolo della serie, Rondo of Blood, uscito fino a quel momento solo in Giappone. Una stortura alla quale Konami ha voluto rimediare con Requiem, una raccolta digitale che porta su Playstation 4 sia Symphony of the Night che, udite udite, lo sfuggevole e misterioso Rondo of Blood.

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Diablo III: Eternal Collection, la lotta al male in formato Switch

 

di Dario Marchetti

 

La saga di Diablo si trova in un momento storico difficile. Dopo il successo planetario di Diablo 2 e relativa espansione, con le sue atmosfere meravigliosamente oscure e ipnotiche e un gameplay veloce e tagliente come una katana, nel 2012 Blizzard ha cercato di bissare il successo con Diablo 3. Un capitolo che nel corso degli anni ha subito numerosi lifting e cambi di direzione, nel tentativo di bissare il successo del predecessore. E il successo, in termini di vendite, c’è comunque stato. Ma per molti, troppi giocatori, le atmosfere tridimensionali e troppo “cartoonesche” (relativamente a quelle passate, s’intende), classi mal realizzate e un sistema di gioco troppo rigido e troppo legato alla casualità degli oggetti ottenuti ne hanno fatto un titolo da dimenticare. Per non parlare del rilascio su console due anni dopo, che ha fatto urlare al sacrilegio milioni di amanti del pc, probabilmente gli stessi puristi indignati dall’annuncio di Diablo Immortal, episodio in prossima uscita per smartphone. Ma questa è un’altra storia. Continua a leggere

Starlink: Battle for Atlas, spazio mio quanto mi costi

 

di Dario Marchetti

Dopo il tracollo di Skylanders e Disney Infinity, pensavamo di esserci ormai liberati del fenomeno toys-to-life, fatta eccezione per gli Amiibo di Nintendo, che a conti fatti però sono più statuette da collezione che non altro. Non avevamo fatto i conti con Ubisoft, che a sorpresa se ne esce con Starlink: Battle for Atlas, uno sparatutto (ma non solo) a tema spaziale che sotto la superficie nasconde una profondità che titoli del genere non ci avevano mai mostrato.

Ma dicevamo della deriva giocattolara, e allora partiamo da lì: per giocare a Starlink si inserisce il disco, si aggancia un gadget sul controller, lo si collega con un cavo usb alla console e poi ci si innesta un’astronave (intercambiabile), dotata di piloti (intercambiabili), ali (intercambiabili) e due armi (intercambiabili). Il risultato lo vedete nell’immagine qui sopra. Acquistando il gioco si ottengono una navicella, un pilota e tre armamenti. Tutti gli altri vanno comprati a parte, pena il non poter accedere a ogni più recondito angolo di gioco. Dei prezzi parleremo tra un po’.

Ora occupiamoci del gameplay. A prima vista Starlink ci ricorda subito il bei tempi dello Starfox nintendiano, e non è un caso che la versione per Switch includa proprio astronavi e personaggi tratti da quel gioco, segnando un’altra bella collaborazione tra la casa di Montreuil e quella di Kyoto, come già avvenuto nell’italianissimo Mario + Rabbids Kingdom Battle. E questo è vero per i segmenti ambientati nello spazio profondo, con battaglie frenetiche ma mai frustranti grazie agli ottimi controlli (a patto di sganciare quell’accrocchio dal controller). Ma una volta che si scende su uno dei sette pianeti disponibili, con una transizione praticamente priva di caricamenti, il gioco si trasforma in una versione più user-friendly di No Man’s Sky, con una gigantesca mappa da esplorare, ricca di missioni, risorse da raccogliere e segreti da scoprire. Il tutto con una scrittura adatta ai bambini ma non per questo noiosa, anzi: i protagonisti del gioco sono terrestri finiti in una galassia sconosciuta, e la prima volta che incontrano un alieno la reazione è, giustamente, di stupore assoluto. Un gioco che trasuda curiosità e voglia di scoperta, anche nei dettagli che gli sviluppatori hanno inserito nel raccontare la “lore”, cioè il background di alleati e nemici.

Torniamo al discorso giocattoloso, anzi, a quello del portafoglio. Da listino, uno starter pack fisico costa 74,90 euro e comprende il gioco, un’astronave, un pilota e tre armi. Spendendone 79,90, ma in formato digitale, insieme al gioco si sbloccano 4 astronavi, 6 piloti e tutte e 12 armi. Aggiungendo altri 20 euro, sempre in digitale, si ottiene il gioco con tutti i suoi componenti sbloccati. Ottenere lo stesso numero di oggetti, ma in formato fisico, costerebbe circa 270 euro. Ora, non si discute che ognuno decida di giocare come vuole, e che molti genitori avranno piacere a costruire pezzo dopo pezzo, insieme ai figli, la propria collezione, anche perché nel campo dei toys-to-life spesso arrivano sconti e offerte. Il nostro consiglio però rimane quello di acquistare il gioco in digitale, non tanto per una questione di risparmio, quanto per una questione di comodità. Sì perché Starlink, e ci duole dirlo, sarebbe stato un piccolo-grande capolavoro se non avesse avuto questa zavorra giocattolara a rallentarlo, sia nelle meccaniche che negli acquisti. Per goderselo davvero, allora, meglio rinunciare alla plastica e puntare sul digitale, visto che tutto il buono che questo titolo ha da offrire lo si trova già sullo schermo.

Black Ops 4, Call of Duty fa da sé (e fa per tre)

di Dario Marchetti

Volente o nolente, negli ultimi dieci anni ogni episodio di Call of Duty è stato un po’ lo zeitgeist, lo spirito dei tempi, in materia di tendenze videoludiche. Una caratteristica ancora più forte in Black Ops 4, che segna una netta cesura rispetto al passato, cercando di accontentare quanti più tipi di videogiocatori possibili, attraverso un ricchissimo buffet di modalità che abbraccia le tante sfaccettature del videogioco online contemporaneo.

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Lego DC Super-Villains, i mattoncini dalla parte del torto

di Dario Marchetti

Di mattoncino in mattoncino, ormai di videogiochi targati Lego ne abbiamo giocati un bel po’. E tutti hanno gli stessi pregi e difetti: da un lato una rilettura dichiaratamente comica di un grande franchise, dai supereroi a Star Wars, da Harry Potter a Indiana Jones e così via; dall’altro un gameplay praticamente identico a se stesso, con pochissime variazioni sul tema. Giocato uno, giocati tutti, si potrebbe dire.

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Destiny 2: Forsaken, Bungie va alla ri-conquista dei suoi giocatori

 

di Dario Marchetti

Giocare a Destiny è come innamorarsi di una donna bellissima e imprevedibile, geniale ma sregolata, con troppi alti e bassi per dare vita a una relazione stabile. Solo che ogni volta che la lasci, quella riesce a riconquistarti con la promessa che sì, vedrai tesoro, stavolta funzionerà. Anche perché ridendo e scherzando (e sborsando), l’universo online creato da Bungie ha già spento quattro candeline, con due giochi base e sette espansioni, tra cui l’ultima Forsaken (I Rinnegati, qui in Italia). Alla quale è stato affidato l’arduo compito di risollevare le sorti di un gioco che, con Destiny 2, aveva fatto molti, troppi, passi indietro. Continua a leggere

Odyssey, se Assassin’s Creed non somiglia più a se stesso (ed è un bene)

di Dario Marchetti

Squadra che vince non si cambia, dice un vecchio adagio. Ma per arrivare oltre il decennio di vita, con ritmi folli da uno o più titoli all’anno, il cambiamento è una costante dalla quale non si può prescindere. Con tutti gli alti e bassi che ne conseguono. E anche a costo di allontanarsi dalle radici degli inizi. Lo ha capito bene Ubisoft, che con Assassin’s Creed ha ormai tra le mani un leviatano videoludico dalle dimensioni spropositate, una creatura mitologica che senza le giuste redini rischia di fagocitarsi da sola. Fortuna che la tendenza è stata invertita, con l’avvento di Origins l’anno scorso. E con il recente arrivo di Odyssey, che ancor più di prima ci ricorda che per sopravvivere al tempo, Assassin’s Creed deve smettere di essere Assassin’s Creed.

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