M1: il nuovo processore per Mac, iPhone e iPad

di Francesco Taglialavoro

Apple svela i suoi primi computer Mac alimentati dallo stesso chip incorporato su iPhone e iPad. Una mossa volta a rendere ancora più semplice la collaborazione tra i prodotti più popolari della Mela. I Mac che utilizzano i nuovi processori – M1 – saranno così in grado di eseguire le stesse app progettate per il sistema operativo mobile dell’iPhone, anche se sembra che alcuni sviluppatori non siano immediatamente interessati a rendere tali app disponibili per i Mac. Continua a leggere

Il ventesimo Linux Day !

di Francesco Taglialavoro

Gli appassionati di Linux questo weekend hanno potuto prendere parte al Linux Day 2020. La ventesima edizione della principale manifestazione nazionale dedicata al sistema operativo ideato nel 1991 da Linus Torvalds si è svolta sabato 24 e domenica 25 ottobre, promossa dall’associazione ILS (Italian Linux Society), con il patrocinio del Ministero per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione. Continua a leggere

Ecco Playstation 5, l’airone bianco del Sol Levante

di Dario Marchetti

E’ un airone? E’ un purificatore d’aria? No, è la Playstation 5. E forse nessuno se la aspettava fatta proprio così. Così leggera (alla vista), così fuori dalla norma, così priva di angoli e spigoli. Così divisiva, ecco. Perché se con la prossima Series X Microsoft ha reiterato una scelta di design già sperimentata dalla Xbox One S, tramutata poi in un corposo parallelepipedo nero più vicino a certi case da PC che a una classica console, dal Sol Levante hanno invece sparigliato le carte, riportando in auge l’idea di quelle linee curve che già furono di PS3, malignamente definita da alcuni “la bistecchiera”, ma cercando di dare un tocco alieno/futuristico alla macchina.

Bicolore, così come il nuovo controller Dual Sense, con un corpo centrale nero abbracciato da due vele bianche, che quasi sembrano arrivare dal celebre castello di Himeji, Playstation 5 ha immediatamente separato l’internet in schiere di adoratori e detrattori, follower e hater, apocalittici e integrati. E questo è un bene, perché di scatolotti un po’ tutti uguali ne abbiamo già a sufficienza. La cosa più interessante sarà in realtà capire quanto questo design, dimensione puramente estetica a parte, migliorerà i problemi di queste macchine. Che nell’architettura interna somigliano sempre di più a un PC vero e proprio, ma che con quei PC non condividono, per ovvi motivi, gli stessi mezzi. Se in un case di medio formato ci entrano ventole aggiuntive, radiatori, sistemi di raffreddamento a liquido e schede grafiche gargantuesche, le console devono fare i conti con praticità, facilità d’uso e rapporto costi/benefici. La PS4 ad esempio, soprattutto nella versione Pro e con certi titoli impegnativi, soffre di una gestione termica che porta le ventole a girare come i reattori di un Harrier.

Playstation 5 arriverà poi in due versioni, entrambe utilizzabili sia in orizzontale che verticale: una con lettore di dischi Blu-ray 4K e l’altra senza slot, pensata per un mondo interamente digitale in cui i giochi si scaricheranno e basta. La seconda dovrebbe costare di meno, anche se sui prezzi non si sa ancora nulla, e avere un design leggermente più gradevole in quanto sprovvista della “pancia” che ospita il lettore. Lettore che a questo giro oltre che soddisfare i collezionisti dei giochi in formato fisico, servirà davvero molto di più come supporto per gli amanti del cinema ad altissima definizione. Questo perché l’architettura di Playstation 5 ruota attorno a un disco a stato solido concepito ad hoc, in grado di spostare e gestire grandissimi quantitativi di dati, circa 5.5GB al secondo, per fornire grafica in 4K a 120 frame al secondo con tempi di caricamento ridottissimi, se non impercettibili. Una rivoluzione copernicana rispetto ai dati letti da disco ottico o da hard disk meccanico, come accaduto fino ad oggi nel settore (Nintendo Switch esclusa).

E se vi sembra roba da tecnici, aspettate di vederne i risultati. Per ovviare al problema di caricamento dei dati, negli anni gli sviluppatori se ne sono dovuti inventare di ogni. In quanti giochi vi siete dovuti sorbire lunghe salite in ascensore oppure vedere il vostro personaggio costretto a dimensarsi per attraversare qualche stretto passaggio? Tutti trucchi per nascondere ai nostri occhi il caricamento della prossima area di gioco. Soluzioni che ora gli sviluppatori non saranno più costretti a usare, per concentrarsi finalmente su tutto il resto del gioco. En passant, Sony ha anche mostrato qualche assaggino di titoli come il sequel di Spider-Man, dedicato stavolta al giovane Miles Morales, il ritorno di Ratchet & Clank, sempre per mano di Insomniac, il secondo capitolo del fortunato Horizon e l’attesissimo remake di Demon’s Souls, il titolo PS3 che diede inizio al genere Soulslike. Insomma, che piaccia o meno, l’aspetto più appetitoso di Playstation 5 (così come della rivale Xbox) rimane quello al suo interno, così come il software che accompagnerà l’hardware. Da queste scelte dipendono, in fondo, il successo duraturo di una macchina del genere, che deve accontentare il giocatore estemporaneo e insieme quello esigente. Che spesso, in entrambi i casi, hanno queste macchine nascoste dentro un mobiletto e non esposte su di un tavolo. Il design conta, certo. Ma forse più per l’intenzione che c’è dietro che per il risultato estetico. Non sarà certo quello a respingere potenziali acquirenti, ma magari riuscirà nell’impresa di attirarne di completamente nuovi. La guerra è appena all’inizio, appuntamento alle feste natalizie.

Google Stadia, ritratto del videogiocatore da giovane

di Dario Marchetti

 

 

Poco prima del lancio a metà novembre del 2019, Google Stadia era atteso al pari di una nuova divinità. Se Big G in persona prometteva di entrare a gamba tesa nel mercato videoludico, con un servizio futuristico che ci avrebbe fatto giocare in streaming su televisori, laptop, smartphone e tablet, beh, non si poteva restare indifferenti. Sospinti da cotanto hype, ci ritrovammo però a fare i conti con la realtà di un servizio in piena fase beta, con l’accesso garantito solo a pochi utenti temerari, o early adopters che dir si voglia, pochi giochi e a prezzi più alti della concorrenza, con meno funzionalità di quelle previste o promesse. Ma nel frattempo Google ha proseguito nel lavoro, e con la prova gratuita di due mesi elargita in virtù della pandemia, mai momento è stato più adatto per rimettere le mani nel flusso di dati di Stadia.

 

 

Cosa mi serve?

Partiamo dalle basi: cosa serve per giocare a Stadia? Al momento un televisore, purché dotato di Chromecast Ultra (cioè 4K), una serie di smartphone Android compatibili (principalmente i Pixel o la serie Galaxy S di Samsung) oppure un pc/laptop in grado di far girare il browser Chrome. Per giocare su televisore serve anche il controller ufficiale, al momento acquistabile da Google a 129 euro (in un pacchetto che comprende altri benefit), mentre su smartphone, pc e laptop si possono utilizzare anche i controller di PS4 e Xbox One, purché collegati con cavo (il supporto wireless dovrebbe arrivare a breve).

 

 

Si, ma quanto costa?
Al momento Stadia prevede un abbonamento dal costo di 9,99 al mese. Con Stadia Pro si ha accesso a una selezione di giochi gratuiti, la possibilità di avere sconti riservati nel negozio digitale e quella di giocare a qualità 4K HDR e con audio 5.1, ovviamente a patto di avere una connessione adatta. Dicevamo dei due mesi di prova gratuiti, basta avere un account Gmail. Ma Google ha promesso l’arrivo anche di una versione free, con qualità di streaming fino a 1080p, audio stereo e nessun gioco incluso. Ovvero, da comprare a parte. Si perché Stadia ha una vetrina tutta sua, con molti dei giochi di recente uscita da acquistare a prezzo pieno.

 

 

Ora giochiamo
Fatte le dovute premesse, ecco la nostra esperienza. Quello di Stadia potrebbe sembrare un normale controller. Ma quello che gli manca in termini di ergonomia, coi tasti un po’ troppo plasticosi, lo guadagna in termini di design minimal e tecnologia. Mi spiego: la magia del poter passare dallo schermo del televisore a quello del portatile, continuando la stessa identica partita con un’interruzione di appena qualche secondo, avviene grazie alla connessione wi-fi che il controller stabilisce coi server. È lui, in sostanza, il cervello che invia i segnali alla centrale, mentre lo schermo, gli schermi, su cui giochiamo il terminale che riceve la risposta in formato video.

 

Scelto un gioco, basta attendere una ventina di secondi e via, si parte. Nella nostra prova abbiamo scelto sparattutto online come Destiny 2, giochi popolari come Playeruknown’s Battlegrounds e rhytm game come Thumper. Con una connessione wi-fi da 100 Mb/s in download e 18 in upload, sul nostro 4K HDR da 65 pollici tutto è filato liscio, con poche, pochissime indecisioni. Dopo una decina di minuti ci siano persino illusi di giocare come fossimo agganciati a una console o un pc vero e proprio. Interrotta la partita dalla tv, ci siamo spostati su un portatile, abbiamo aperto una scheda di Chrome et voilà, la partita era lì pronta ad aspettarci su quest’altro schermo, stavolta giocata con mouse e tastiera. Abbiamo anche provato a farci invitare da un amico in una sessione online di Serious Sam: è bastato cliccare il link inviatoci via mail per ritrovarci catapultati nello stesso server. Quasi magia. 

 

 

E allora?
Già, e allora? Quali sono i problemi di Stadia? Beh, prima di tutto Google dovrà capire davvero chi è il cliente di un servizio del genere. Dubitiamo che un gamer duro e puro, già in possesso di console di ultima generazione o pc potenti, decida di spendere 10 euro al mese, più il costo di Chromecast Ultra e Controller Stadia, più i soldi per comprare (o probabilmente ri-comprare) il suo gioco preferito e provarlo in streaming. E allo stato attuale, per le limitazioni ancora in campo, Stadia non è nemmeno davvero appetibile a un pubblico generico, disposto a spendere, si, ma che ha bisogno di prodotti plug and play, che funzionino subito e senza troppi paletti in termini di dispositivi.

 

Per capire tutto questo bisognerà attendere ancora, quando il grande mosaico di Stadia sarà completo. Al momento mancano tante funzioni basilari che siamo stati abituati ad avere su altri sistemi di gioco. Ma il disegno di Google, un disegno molto ambizioso, si realizzerà quando alle smart tv del futuro, dotate di Android o meno, ci sarà il supporto nativo come già accade per le app di streaming video. Senza bisogno quindi di Chromecast e altri aggeggini. Quando il controller di Stadia sarà venduto singolarmente, a prezzi più concorrenziali, e compatibile in modalità wireless con qualsiasi schermo, senza bisogno di cavi. Quando Stadia sarà integrato dentro YouTube, e guardando il gameplay caricato da un amico potremo cliccare un link per giocare istantaneamente sul pc o sulla tv del salotto. O magari ci basterà chiederlo all’assistente vocale, altra funzione in arrivo a breve.

 

Ma il fattore prezzo resterà fondamentale, non c’è dubbio. Stadia al momento viaggia a metà tra il mondo di Netflix e quello di servizi come Playstation Plus e Xbox GamePass, abbonamenti mensili che offrono accesso a un catalogo di giochi che però vanno scaricati. Del primo mondo sfrutta la tecnologia, del secondo il modello di business, almeno in parte. Se vi dicessimo di pagare un abbonamento mensile per film e serie tv, per poi scoprire di avere accesso solo a una piccola parte del catalogo, col resto dei contenuti da comprare singolarmente a prezzi non certo contenuti, cosa ne pensereste? Al momento Stadia è così. Con la promessa di migliorare, cambiare, espandersi. Una sfida ambiziosa e coraggiosa, per un colosso che ha tutta l’infrastruttura che serve, tutta la tecnologia a disposizione, e la piattaforma giusta a cui appoggiarsi (vedi YouTube). Serve tempo, pazienza e ascolto degli utenti, che saranno gli unici giudici in grado di determinarne il successo. Ma per ora la magia c’è tutta.