Kingdom Hearts 3, va’ dove ti porta il cuore (e più non dimandare)

di Dario Marchetti

Lo ammetto da subito: nel 2002 avevo si e no 13 anni e giocare a Kingdom Hearts fu come sbattere contro un muro. Dietro la scintillante promessa di mescolare gli universi Square (leggi Final Fantasy) e Disney c’era infatti un sistema di combattimento a tratti punitivo, almeno per un ragazzino come me. Il paradigma Dark Souls sarebbe arrivato solo dieci anni dopo e io, di fronte all’ennesima, frustrante, sconfitta, gettai definitivamente la spugna. Ignorando il franchise per i successivi 17 anni, durante il quale si è arricchito di cervellotici sequel e spin-off, tutti con titoli da fare invidia alla Wertmuller e tutti fondamentali per mettere insieme i pezzi di una trama cervellotica che avrebbe messo in crisi persino Jung. E’ il Giappone, bellezza, cortesia di Tetsuya Nomura.

In sostanza è con questi trascorsi che mi sono avvicinato a Kingdom Hearts 3, da poco arrivato su PS4 e Xbox One. E diciamo subito una cosa: anche dopo aver visto numerosi riassunti video della storia (YouTube ne è pieno) tentare di capirci qualcosa è praticamente inutile. La trama di Kingdom Hearts è un ricettacolo di personaggi che si manifestano attraverso più alter ego, in un confusionario e continuo gioco di specchi che metterà in crisi i non giappomaniaci e i non laureati in filosofia. Nei panni del giovane Sora, accompagnato dagli improbabili Pippo e Paperino, dovremo nuovamente combattere gli oscuri Heartless e mandare all’aria diversi piani di conquista dell’universo. Come da tradizione, anche KH3 è un viaggio attraverso nove mondi tratti da film Disney e Pixar, tra cui spiccano Hercules, Toy Story, San Fransokyo (da Big Hero 6) e Monstropolis (da Monsters & Co.).

Mondi che sono più ampi rispetto agli episodi passati e che, cortesia delle console di nuova generazione, sono più belli che mai: lo stile grafico rende più che giustizia ai personaggi dei cartoni, riportando in forma digitale anche scene già viste sul grande schermo. KH3 è una continua esplosione di colori e luci, in particolare nelle scene di combattimento, che tra salti, combo e magie garantiscono molta varietà, per gli occhi così come per le dita. Un picco di ricchezza visuale che si raggiunge con gli attacchi speciali ispirati alle attrazioni di Disneyland, come le tazze rotanti di Alice, con le quali travolgere i nemici, o il vascello pirata dondolante, in grado di spazzare vie decine di avversari in un sol colpo. Vedere alla voce “boss fight” per credere.

Vista la sua personalità così forte e decisa, Kingdom Hearts 3 (così come i suoi predecessori) è un gioco che o si ama o si odia. A partire dal sistema di controllo, ancora oggi legato a un utilizzo della croce direzionale che io ritengo inutilmente ostico. Ma anche perché affrontarlo senza una piena e profonda conoscenza del contesto rischia di essere sì divertente in termini di puro gameplay, ma frustrante sul piano narrativo, colpa anche di dialoghi terribilmente lenti e un po’ ripetitivi. Un esempio riguarda le fasi finali del gioco, a dir poco spettacolari da vedere e giocare, ma criptiche a tal punto che anche un esegeta della saga potrebbe avere qualche difficoltà a capire chi sia quel personaggio spuntato fuori all’improvviso, quali siano le sue motivazioni e così via. Un ermetismo al limite dell’assurdo che diventa quasi parodia di se stesso e che a noi, che della trama abbiamo capito poco e niente, ha finito per strappare più di un sorriso. E in attesa che Tetsuya Nomura dia vita al continuo di questo viaggio psicotico, non temete: a fine marzo arriverà anche da noi “The Story So Far”, una collezione riveduta e corretta di nove titoli della saga in un unico, grande, pacchetto. Un malloppone videoludico ideale per passare l’estate in serenità ed uscire, finalmente, dalle paludi dell’ignoranza in materia di Kingdom Hearts. Più cuori per tutti!

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