Dark Souls, ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare il game over

Spread the love

di Dario Marchetti

Il bel (video)gioco dura poco. Non è un caso quindi che con The Ringed City, l’ultimo contenuto aggiuntivo per Dark Souls 3, giunga a conclusione una delle saghe videoludiche più amate e originali di questi anni duemiladieci. Perché se nel 2011 Dark Souls si era fatto un nome grazie al passaparola via web, che lo voleva come “il gioco più difficile di sempre”, con incazzature varie e lanci di pad contro il muro praticamente assicurati, la creatura del game designer giapponese Hidetaka Miyazaki si è presto rivelata molto, molto di più. Tanto da dare vita al sottogenere dei “soulslike”, una categoria (ufficiosa più che ufficiale) di videogiochi fortemente ispirati ai dettami di Dark Souls.

Tra i quali c’è, inutile nasconderlo, anche un livello di sfida impietoso, soprattutto nei confronti dei giocatori che affrontano l’avventura senza la dovuta attenzione e pazienza. Sì perché in realtà più che consegnarli alla frustrazione fine a se stessa, Dark Souls ha insegnato (o ricordato) a milioni di giocatori che qualche volta intraprendere imprese al di sopra delle proprie possibilità, riuscendo poi ad avere la meglio mescolando strategia e perseveranza, è molto più divertente che vincere premendo qualche scomposta sequela di tasti. E che la morte, quella videoludica s’intende, è solo uno stato mentale, uno spazio bianco tra le parole “falò acceso”: chi si è ritrovato con le mani tremolanti di gioia dopo aver sconfitto un boss al trentacinquesimo tentativo sa esattamente di cosa sto parlando.

Ma l’alta difficoltà, che in realtà è solo la manifestazione di una filosofia di design che anziché prendere per mano i giocatori li spinge ad andare avanti coi propri mezzi, non è certo l’unica caratteristica di punta di questa saga. Anzi. L’altro elemento fondamentale di Dark Souls e dei suoi sequel sta infatti nell’incredibile capacità narrativa di questi mondi virtuali. Regni di fantasia, certo, ma dove tutto, dalle statue che affollano una cattedrale alla descrizione di una spada sottratta a un nemico, fino a brandelli di dialogo strappati a qualche personaggio incontrato lungo la via, racconta una propria storia. Che poi finisce per diventare un pezzo di un gigantesco e frammentario puzzle immaginifico firmato da quel geniale Miyazaki di cui parlavamo all’inizio. The Ringed City (La Città ad Anelli, in italiano), ultima avventura “scaricabile” per Dark Souls 3, va quindi a chiudere letteralmente il cerchio narrativo. Mettendo, se non proprio un punto, almeno un bel punto e virgola alla fine di un lungo e contorto periodo, fatto di coordinate temporali e subordinate spaziali capaci, nonostante tutto, di resistere a qualsiasi analisi logica. In attesa che dalla Terra del Sol Levante decidano di scrivere un altro capitolo, visto che il franchise sta per andare in letargo, non ci resta che ringraziare per gli anni passati insieme. E perché no, rigiocarceli tutti da capo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *