Dark Souls Remastered, la morte si fa bella

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di Dario Marchetti

Ci sono videogiochi che non reinventano la ruota ma fanno il botto, conquistano la critica e i giocatori ed entrano di diritto nella storia (e nella memoria). Altri invece si muovono silenziosi, in punta di piedi, poi con tenacia si fanno spazio e nel giro di pochissimo finiscono per ridefinire un intero genere. È il caso di Dark Souls, che dal 2011 a oggi ha pervaso ogni ambito dell’universo videoludico, con infinite schiere di imitazioni più o meno dichiarate. Quasi tutte, è il caso di dirlo, malamente riuscite. E se consideriamo che il suo predecessore spirituale Demon’s Souls uscì solo su Playstation 3, mentre Dark Souls arrivò alla fine del ciclo della precedente generazione di console, l’uscita dell’edizione Remastered su PC, Xbox One, Playstation 4 e presto in versione portatile su Nintendo Switch, ha un’importanza che va molto oltre la componente tecnica.

Chi si aspettava una certosina opera di ricostruzione poligonale rimarrà infatti deluso. Fatta eccezione per una fluidità inedita, grazie ai 60 fps costanti, qualche texture rimaneggiata e un’illuminazione rivista, gran parte del mondo di gioco è identico a prima. Certo, ora certe aree come Blighttown, che nella versione originale erano rese mostruosamente difficili da continui scatti e incertezze del motore di gioco, sono pienamente godibili (per modo di dire, eh!). Ma la filosofia che sostiene alla base questo remaster sembra essere più quella di preservare il gioco così com’era e renderlo accessibile a nuovi e vecchi giocatori, anziché ri-fare Dark Souls con i fiocchi e i controfiocchi propri dell’infrastruttura del terzo capitolo, uscito molto più di recente.

Insomma, abbiamo tra le mani la migliore edizione possibile di questo capolavoro (DLC compreso), che del “severo ma giusto” ha fatto una scelta di vita, ben prima che questa frase diventasse un banale tormentone da timeline. Dark Souls Remastered ci fa ri-scoprire la gioia del tentare, morire, arrabbiarsi, imparare, perseverare e poi spuntarla all’ultimo, con il pad stretto nelle mani tremolanti e un grido interiore di gioia. Oppure un sospiro di sollievo, alla vista di quel salvifico e inaspettato falò di fuoco, ferro e ossa. Potremmo dire di più, ma se a sette anni dall’uscita ancora non l’avete provato, allora quello di giocarlo non è un invito, quanto più un ordine. Se invece ci avete giocato, sapete benissimo di cosa sto parlando quando dico che ci sono due tipi di persone: quelle che hanno sconfitto Ornstein e Smough e quelle che si sono arrese, scagliando il controller contro il muro. Preparatevi a morire (e a lodare il sole)!

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