God of War, le colpe dei padri e il destino dei figli

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di Dario Marchetti

Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. Perché nello spazio infinitesimale che intercorre tra due istanti il fiume è già cambiato, ma soprattutto siamo già cambiati noi. E allora non c’è da stupirsi se God of War, il titolo che segna il ritorno dell’omonima saga nata nel 2005 su Playstation 2, rappresenti un cambiamento a dir poco radicale, sia rispetto a se stesso che al resto dell’industria videoludica. Il gioco è da poco sbarcato in esclusiva, ca va sans dire, su Playstation 4. E giocarci è stata un’esperienza così potente ed inedita da farmi rivalutare di cosa sia capace un videogioco.

Realizzare un sequel all’altezza di un gran gioco è già di per sé un’impresa non proprio facile. Ma riprendere il filo di una saga dopo 5 anni di silenzio, mutando radicalmente il DNA dei precedenti capitoli, e farne un successo, è quasi impossibile. Eppure God of War ci riesce. Lì dove prima c’erano meccaniche ultra-adrenaliniche, ora c’è un combat system raffinato e che premia la tattica. Lì dove c’erano personaggi appena tratteggiati e monodimensionali, ora ci sono esseri umani con una storia da raccontare. Lì dove c’era un Dio della Guerra assetato di sangue, ora c’è un uomo che deve imparare a essere padre.

Perché se dal 2005 a oggi Cory Barlog (direttore di questo titolo e figura centrale nello sviluppo dei precedenti) ha cambiato vita, passando da quella di nerd spensierato a quella di genitore, lo stesso ha fatto Kratos, fuggendo dalle terre all’ombra dell’Olimpo per nascondersi tra i ghiacci del Nord. Qui ha ricominciato da zero, nel tentativo di esorcizzare i fantasmi del passato, conducendo una vita semplice e terrena insieme a una donna, Faye, che gli ha anche dato un figlio, Atreus. Ma quando Faye muore, qualcosa rimette in movimento gli inesorabili ingranaggi del fato, costringendo Kratos a rientrare in rotta di collisione con la sua vera natura, quella di divinità, e con il pantheon capeggiato da Odino.

Il nuovo God of War si distingue dai vecchi prima di tutto per il comparto visivo, che su PS4 Pro è sbalorditivo, sia per fedeltà dell’immagine che per la direzione artistica magistrale, in grado di dare vita a un mondo norreno come mai ce lo saremmo immaginato. Cambia la visuale, che ora è fissa dietro la spalla di Kratos, e cambia il sistema di combattimento, che alla pressione frenetica dei tasti predilige l’azione tattica, grazie anche al Leviatano, un’ascia dai poteri glaciali che Kratos può brandire ma anche lanciare, per poi recuperarla alla pressione di un tasto, in pieno stile Thor. E cambia la compagnia, visto che a fianco di Kratos c’è anche Atreus, guerriero giovane e inesperto sempre pronto a scoccare frecce e incantesimi contro i nemici di turno.

Ma quello che mi preme sottolineare è che, al di là delle mazzate e dell’adrenalina, God of War è la storia di un padre e di un figlio che hanno molto, anzi forse tutto da imparare l’uno dall’altro. È un viaggio di formazione fatto di silenzi, gesti, parole non dette o appena accennate, di ordini autoritari e disobbedienze adolescenziali, di padri che cercano di essere migliori dei propri padri e di figli in cerca di se stessi. Un lungo, infinito piano sequenza (provare per credere), girato come un film, che non abbandona mai i protagonisti e punta tutto sull’immersione totale. E che, come dopo un libro che abbiamo amato, ci lascia quel desiderio folle di alzare la cornetta e telefonare per ringraziare i protagonisti per le ore preziose passate insieme, per dire arrivederci nella speranza di cominciare presto un altro viaggio.

Come può tutto questo mare di vita, emozioni e sentimenti conciliarsi con la storia di uno spartano che, al soldo di Ares e assetato di sangue, aveva finito per uccidere moglie, figlia e poi, via via, un’intera generazione di Dei? La risposta l’abbiamo data all’inizio. Quel fiume non è più lo stesso nel quale Kratos aveva lavato le sue sanguinolente ferite. E non è più lo stesso per noi, che da adolescenti arrabbiati col mondo ora ci apprestiamo a diventare uomini e donne, forse persino padri e madri. E che invece di un semplice nemico da fare a pezzi siamo alla disperata ricerca di un posto nel mondo.

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