“No Facebook me”, le alternative Fsf

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di Francesco Taglialavoro

Mark Zuckerberg Person of the Year, Time 2010

Un testo pubblicato da Matt Lee e John Sullivan sul sito della Free Software Foundation di Richard Stallman otto anni fa, ben prima quindi dello scandalo Cambridge Analytica e della protesta su Twitter #deletefacebook, spiega i motivi delle perplessità dei membri di quella fondazione, che ha un ramo europeo ed italiano, rispetto ai metodi usati dal social network di Zuckerberg, nominato persona dell’anno 2010 da Time.

Si legge nell’articolo: “I termini del servizio, creano un precedente per il futuro sul controllo delle informazioni e la privacy degli utenti, non solo quelli di Facebook”.

E ancora: “Molti siti hanno il bottone like, user-tracking, cioè può raccogliere dati sulle persone, persino tra quelle che non usano il social network”.

Secondo gli autori è “a rischio la possibilità di connettersi liberamente l’un l’altro. Gli utenti di Facebook non si connettono direttamente l’uno con l’altro, ma parlano con il signor Zuckerberg. Ci sono casi in cui il servizio di messaggistica blocca messaggi a seconda delle parole e dei link”.

Not f'd — you won't find me on Facebook

Le alternative che venivano suggerite sono gli strumenti GNU social network per comunicare i cui codici sono nelle mani delle persone che comunicano al pari delle informazioni che vengono scambiate.

Si tratta di strumenti quasi del tutto sconosciuti alla massa, ma sono stati programmati in un’ottica di Software Libero: in certi casi hanno avuto poca fortuna e sono stati dismessi, in altri vengono usati tutt’oggi.

Alessandro Rubini, esperto di Software Libero ed ex vicepresidente di FSF Europa ne elenca alcuni. Stiamo parlando di Diaspora, Friendica e Mastodon, ed altre reti sociali, ma è difficile scalzare grandi accentratori di informazione, a causa dell’effetto rete: se tutti gli utenti di quel tipo di servizio sono su X, chi non c’è ancora sceglierà X. E qui non possiamo farci niente; d’altronde è così che TCP/IP ha vinto sulle altre reti (oltre ad essere fatto meglio e pubblicamente documentato). C’è una grossa difficoltà per tutte le alternative, libere o proprietarie che esse siano, in un mercato di fatto chiuso a nuovi attori.

Le esigenze di comunicazione delle persone – crede Rubini – possono essere ben servite da protocolli distribuiti e federati, come XMPP (forse più noto come Jabber). Si tratta della base, liberamente fruibile da tutti, su cui sono nati sia Google-talk sia WhatsApp, che però si sono staccati dallo standard aggiungendo le loro cose incompatibili, secondo la classica politica delle grandi aziende che prima raccolgono dove non hanno seminato e poi, quando hanno una certa base di utenti, chiudono l’interoperabilità.

Quello che succede, secondo Rubini, è che dati gli alti costi di tutti questi servizi gratuiti (in termini di capannoni pieni di server da installare, alimentare e mantenere) le aziende continuano a offrire accesso gratuito agli utenti ai servizi che noi non possiamo che pagare con i nostri dati.

Il mito che “se è online deve essere gratis” non può portare altro che a profilazione degli utenti e violazioni di riservatezza. La profilazione, anche dove fatta nel rispetto dell’utente, ha un grosso problema: se la nostra visione del mondo dipende anche o principalmente da cosa troviamo sulla rete, il fatto che a ciascuno vengano proposte cose diverse in base alla sua storia porta a una visione distorta. Se sulle reti sociali vedo solo quello che mi aspetto, la mia visione sarà sempre più limitata; l’idea di sfruttare questo per indirizzare le scelte di voto era nell’aria già da tempo.

Secondo Carlo Piana, avvocato esperto in Software libero: “Internet è nata e ha prosperato con servizi federati che si scambiano informazioni tramite protocolli ben documentati e con conservazione sparsa e non controllata da un solo soggetto, come il web o la posta elettronica. Tutto ciò che accentra tali servizi in una singola “piattaforma” e con un singolo provider, crea un single point of failure che è lì pronto per essere sfruttato. Questo è il grande problema di Facebook.”

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