Sea of Thieves, l’insostenibile leggerezza dei pirati

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di Dario Marchetti

I videogiochi a tema piratesco degni di questo nome si contano sulle dita di una mano monca con tanto di uncino. Primo fra tutti, sua maestà Monkey Island, che sui luoghi comuni del genere ha costruito una delle serie punta-e-clicca più belle di sempre. Sea of Thieves, appena uscito su PC e Xbox One, porta sulle spalle non solo il peso del dover ridare lustro al settore dei filibustieri poligonali, ma anche di riportare in auge la Rare, software house che soprattutto in epoca Nintendo (Donkey Kong Country, Banjo-Kazooie, Goldeneye 007, Perfect Dark) aveva ottenuto uno status leggendario, salvo poi cadere in disgrazia negli ultimi 10 anni, con titoli dimenticabili e spesso dimenticati.

Sea of Thieves prende il via senza troppi salamelecchi. La scelta del personaggio richiede pochi minuti, anche perché è l’editor a proporci in maniera casuale pirati e piratesse, costringendoci a scegliere senza poterli personalizzare nel dettaglio. Una scelta che, da giocatore che odia perdere tempo nei menu, ho apprezzato non poco. Da lì in poi, fatto salvo per qualche informazione di servizio, toccherà a noi piratacci farci un nome nel firmamento dei filibustieri, risolvendo missioni per ognuna delle tre fazioni presenti nel mondo di gioco: i mercanti, gli accumulatori d’oro e gli stregoni vudù. La differenza starà nel decidere se affrontarle in solitaria, al timone di una piccola imbarcazione, oppure in cooperativa, con una ciurma di 4 marinari alla guida di un grosso galeone.

Che sia in solitaria o multigiocatore, il gameplay di Sea of Thieves segue un flusso ben preciso: in una delle isole avamposto si accettano missioni da una o più fazioni; si sale a bordo della nave; si confronta la mappa della missione con la cartina dei mari e si individua l’isola da raggiungere, sulla quale bisognerà scavare in corrispondenza della proverbiale X oppure sconfiggere ondate di agguerriti scheletri. Il bello è che non ci sono indicatori o scie di colore a darci una mano: la nave va governata in tempo reale in ogni sua parte, dal timone alla direzione delle vele, dall’ancora ai cannoni, da utilizzare per sconfiggere ciurme nemiche. A differenza di altri titoli, la mappa non è visualizzabile con la pressione di un tasto, ma confinata nella cabina del capitano. E in caso di danni allo scafo bisognerà recarsi in stiva per tapparli con un’asse, per poi liberarsi, a mezzo secchio, dell’acqua imbarcata. Fare tutto questo in multigiocatore richiede grande coordinazione, farlo in solitaria diventa una sfida a dir poco interessante. Anche perché il mare riserva moltissimi pericoli, dagli scogli alle tempeste, passando per gli immancabili mostri marini.

Diciamolo subito: Sea of Thieves diventa ripetitivo dopo poche ore di gioco. Da un lato a causa di certe scelte di design, visto che, ad esempio, gli oggetti sbloccabili migliorano in termini di estetica ma non di funzionalità: una pala d’oro o un fucile decorato con pietre preziose agiscono in modo identico alle controparti più povere. Manca quindi quel senso di progressione al quale siamo abituati, questo perché Rare ha voluto porre l’accento sul viaggio anziché sulla destinazione: vestiti e accessori a parte, tutti i pirati di Sea of Thieves sono sulla stessa barca. A distinguerli c’è l’abilità di gioco ma soprattutto la voglia di divertirsi in maniera caciarona e spensierata. Perché dopo ore in mare passate alla ricerca di bottino è anche giusto spenderne altrettante in taverna, sorseggiando grog e suonando insieme qualche vecchia canzone caraibica. A molti giocatori, abituati a spendere ore su un titolo solo per sbloccare oggetti sempre più potenti, Sea of Thieves risulterà noioso e repellente. Ma per chi ha ancora voglia di coltivare quel mix di avventura, senso di scoperta e gioia nel divertirsi qui e ora, senza troppi fronzoli e sovrastrutture, questo è un titolo a dir poco imperdibile. La speranza è che Rare aggiunga sì nuovi contenuti, senza però snaturare questa filosofia di fondo. Arrrr!

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