Fe, il canto della foresta e la forza dell’empatia

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di Dario Marchetti

Per scrollarsi di dosso l’immagine di multinazionale del videogioco, intenta a sfornare sequel di sequel di giochi sportivi (qualcuno ha detto Fifa?), da qualche tempo Electronic Arts ha dato vita alla “collana” degli EA Originals, ovvero titoli sviluppati da studi “indie” ma finanziati dal grande colosso. A due anni dal tenero e coccoloso Unravel, che ha indubbiamente ispirato questa iniziativa, gli Originals debuttano quindi con Fe, sviluppato dagli svedesi Zoink Games e disponibile su PC, PS4, Xbox One e Nintendo Switch.

Come ogni indie che voglia farsi riconoscere come tale, anche Fe abbraccia senza timori quel minimalismo militante che ormai i giocatori pretendono da questa categoria. A partire dalla storia, raccontata alla spicciolata e senza utilizzo di dialoghi: una tranquilla foresta viene invasa da misteriose entità robotiche, intente a ingabbiare ogni forma di vita e fare tabula rasa dell’ecosistema. A noi, nei panni di una piccola creatura chiamata Fe, toccherà ristabilire l’ordine e scoprire chi si cela dietro il misfatto. Semplice, certo, a tal punto da non fornire chissà quali stimoli a proseguire l’avventura. Che però, fortuna nostra, gode di ben altri pregi.

Mi casa es tu casa

Se nel 95% dei videogiochi in circolazione la maggior parte delle interazioni avviene a mezzo mazzate e/o colpi d’arma da fuoco, Fe sceglie la coraggiosa strada dell’empatia. Al di là di qualche abilità secondaria infatti, la creaturina protagonista avrà dalla sua solo uno stridulo quanto tenero canto, da utilizzare per interagire con le altre creature della foresta, sia animali che floreali. Ogni forma di vita non solo avrà bisogno del suo specifico canto per essere risvegliata, ma anche della giusta intensità e timbrica, modificabili con i movimenti dello stick, quasi come su un immaginario theremin biologico. Ogni volta che aiuteremo una creatura, restituendo a una madre la sua covata di uova oppure liberando un gigantesco cervo dalle catene che lo avvinghiano, Fe sarà in grado di imparare un nuovo verso, un nuovo linguaggio canoro, e quindi accedere ad aree precedentemente irraggiungibili.

Foresta nera

Il minimalismo di cui parlavamo a volte però fa cilecca. E’ il caso del comparto grafico/artistico di Fe, che in nome della semplicità da un lato risulta essere già visto, dall’altro risulta un po’ anonimo. Non tanto per quanto riguarda i personaggi, quanto per le ambientazioni: la gigantesca foresta che fa da sfondo al gioco sembra quasi tutta uguale, differenziata in alcune aree solo dai colori che accompagnano l’onnipresente nero. E considerando che Fe non ama guidare per mano il giocatore, lasciandolo libero di esplorare e sperimentare, orientarsi nelle mappe un po’ tutti uguali spesso rischia di trasformarsi in un grattacapo. Ma vuoi mettere sconfiggere le macchine e salvare il bosco felice? Un po’ di empatia non ha mai fatto male a nessuno, anzi.

 

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