Assassin’s Creed: Origins, ricomincio dal prequel

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di Dario Marchetti

Ebbene si: Assassin’s Creed ha un decennio di storia sul groppone. Da quel magnifico debutto del 2007, che stupì un’intera generazione di videogiocatori con le sue ambientazioni e il gameplay acrobatico, la saga di Ubisoft ne ha passate di cotte e di crude. Sì perché se fino al 2011, con i tre titoli dedicati all’amatissimo assassino italiano Ezio Auditore, la qualità è rimasta in costante ascesa, subito dopo il franchise era diventato stantio (fatta eccezione per qualche guizzo qui e là). Ad Assassin’s Creed: Origins, il decimo gioco della serie, al netto di spin-off e version mobile, tocca quindi il compito di sgomberare il tavolo dalle pedine e ricostruire tutto (quasi) da zero. “Origins” lascia intendere che questo capitolo sia il punto d’inizio dell’intera saga, certo, ma anche un nuovo punto di partenza per gli sviluppatori, un giro di boa dopo il quale lanciare gli Assassini verso nuovi (e più freschi) orizzonti.

Antichi contro Occulti
Origins, ambientato ai tempi dell’Egitto tolemaico, racconta la lotta di Bayek, guardia del faraone Tolomeo XIII, e sua moglie Aya contro gli Antichi, una setta di individui che agiscono nell’ombra per prendere il controllo del Regno. Come i fan potranno già immaginare, gli Antichi sono destinati a diventare i temibili Templari, antagonisti di tutta la serie, mentre gli Occulti, organizzazione messa in piedi da Bayek con l’aiuto, tra gli altri, di Cleopatra, si trasformeranno poi nei misteriosi Assassini. In mezzo a questo scontro, come da tradizione Ubisoft, c’è un’ambientazione incredibile sotto ogni punto di vista, un mondo di gioco così vasto, vivo e dettagliato da lasciare a bocca aperta anche in versione console. Questo però era già vero per altri episodi della saga. Andiamo a vedere, allora, dov’è che Origins riesce a far piazza pulita degli errori passati.

Alt(r)i livelli
Bastano pochi minuti di gioco per capire che Origins offre una fluidità di movimento ancora maggiore, con un sistema di combattimento finalmente meno legnoso e prevedibile. Non che l’intelligenza artificiale dei nemici sia molto più brillante, anzi, ma ad essere cambiato è il sistema di progressione generale. Come in un gioco di ruolo, completando missioni e obiettivi secondari Bayek salirà di livello, guadagnando l’accesso a nuove abilità, armi e armature, queste ultime due da scovare magari in qualche tomba nascosta. La sensazione di libertà è ai massimi livelli, il che aiuta nell’affrontare missioni a volte ripetitive ma che possono essere completate in decine di modi diversi, a seconda dello stile di gioco. Pur non avendone la stessa profondità (e complessità) Origins sembra strizzare l’occhio a titani come The Witcher 3. Emerge insomma la volontà di mettere insieme tanti elementi diversi. E come spessissimo accade, anche Origins non riesce a eccellere in nessuna di esse, pur regalando un disegno d’insieme unico e piacevolissimo.

Sfida agli Dei
Storia principale a parte, fatta di personaggi e dialoghi convincenti, chi scrive ha molto apprezzato la capacità di Ubisoft di lasciarsi andare e osare un po’ di più, dando a questo Egitto la giusta carica di misticismo. Un esempio? Gli eventi a tempo denominati “Trials of the Gods”, durante i quali affrontare colossali manifestazioni di Anubi, Sobek, Sekmeth e altre divinità, danno vita a momenti epici che sembrano usciti da Final Fantasy e Shadow of the Colossus. Origins si configura quindi sia come una bella ventata di freschezza per chi segue gli Assassini ormai da dieci anni che come il perfetto punto di ingresso per i neofiti, che saranno senza dubbio incuriositi tanto da andare a ripescare i vecchi titoli.

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