The Evil Within 2, un detective nella matrice dell’orrore

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di Dario Marchetti

Nel 2014 The Evil Within aveva segnato il ritorno all’horror del maestro Shinji Mikami, papà di Resident Evil che dopo il quarto capitolo, rimasto nella storia per la svolta “action”, aveva deciso di dedicarsi ad altri generi videoludici. E anche se questa volta non è lui a reggere il timone della nave, in The Evil Within 2 (appena sbarcato su console e pc) quella di Mikami rimane una presenza costante.

Orrori virtuali
Tra complotti e controcomplotti, il primo gioco vedeva il detective Sebastian Castellanos intrappolato nel macabro mondo dello STEM, una macchina in grado di unire più coscienze all’interno di una sola mente. Creando una realtà parallela fatta di sogni così come di incubi. In pratica una piccola Matrix dai toni decisamente horror. In questo secondo episodio, complice la ricerca della figliola che credeva morta e sepolta, Castellanos ritorna suo malgrado nei meandri dello STEM, stavolta utilizzato per simulare una ridente e borghese cittadina statunitense chiamata Union. Qualcosa però è andato storto, perché gli abitanti si stanno trasformando in mostri sanguinari e il mondo si sta letteralmente ripiegando su se stesso, un po’ come succedeva alla Parigi di Inception.

Benvenuti a Union
L’impianto di gioco è quello di un action/survival in terza persona. Rispetto al passato però The Evil Within 2 adotta da subito un approccio meno lineare, con grandi aree ricche di edifici da esplorare in lungo e in largo alla ricerca di oggetti e potenziamenti. Un girovagare reso più intuitivo dalla ricetrasmittente di Castellanos, in grado di intercettare frequenze da seguire per scovare un bottino oppure, perché no, cadere in un agguato. Grande spazio anche alla componente survival, con munizioni e oggetti curativi che andranno “costruiti” grazie ai materiali rinvenuti sul campo. Anche perché Sebastian non è Superman: per arrivare alla schermata di game over basta poco, il fiatone sopraggiunge dopo qualche secondo di corsa e i proiettili vanno gestiti col contagocce. In poche parole: The Evil Within 2 non è uno di quei titoli che tiene i giocatori per mano.

Alt(r)e visioni
Dicevamo dell’impronta di Mikami, impronta di una mano che al puro splatter preferisce l’horror di stampo psicologico. Ecco allora che le realtà virtuali generate dallo STEM diventano l’espediente per creare incubi virtuali che vanno a pescare soprattutto (ma non solo) dal cinema. Nella prima ora di gioco, ad esempio, si passa da stanze di Lynchiana memoria con drappi rossi e pavimenti bianconeri a corridoi degni del Chien Andalou di Luis Bunuel, senza negare un passaggio a metà tra Seven di David Fincher e il recentissimo Resident Evil 7. The Evil Within 2 insomma è uno di quei sequel che spinge sull’acceleratore per trovare la propria personalità, che sia visiva, narrativa o di gameplay. Uno di quei titoli che, nel bene e nel male, vale assolutamente la pena di provare.

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