Cuphead, non si esce vivi dagli anni ‘30

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di Dario Marchetti

Testa di tazza! Tranquilli, non è un insulto fantasioso bensì la traduzione letterale di Cuphead, videogioco “indie” che dopo anni di faticosa gestazione ha finalmente debuttato su Xbox e Windows. Andando a sovvertire, uno dopo l’altro, tutte le aspettative e gli schemi ai quali ci eravamo abituati negli ultimi tempi.

Più che retrò
Nel 90% dei casi i videogiochi cosiddetti indipendenti, prodotti cioè da studi piccoli e con risorse limitate, fanno ricorso a grafiche che ricordano l’era degli 8 o 16 bit, più semplici da realizzare (ma non sempre) e in grado di strizzare l’occhio ai nostalgici. Ma per Chad e Jared Moldenhauer, i fratelli a capo di Studio MDHR, non era abbastanza. E così si sono spinti ancora più indietro, agli albori di quelli che oggi chiamiamo, banalmente, cartoni animati. Ecco che allora la grafica quadrettosa ha lasciato spazio alle linee morbide e sinuose dei cartoon anni ‘30, dalla Betty Boop di Max Fleischer allo Steamboat Willie di Walt Disney e Ub Iwerks, l’episodio che segnò il vero e proprio debutto di Topolino. Cartoni segnati da un indiscutibile fascino, spesso pervasi da atmosfere allucinatorie, inquietanti e ben oltre il grottesco. E che ora ri-prendono vita e colore grazie a un certosino lavoro di animazione. Tanto che, una volta avviato, Cuphead ci regala l’illusione fanciullesca di giocare su un telone da proiezione più che su un monitor ad alta definizione, accompagnati da una big band che spinge a più non posso.

Recupero crediti

La storia è quella di Cuphead e Mugman, due fratelli “tazzosi” che scommettono, e perdono, la propria anima in un casinò gestito dal Diavolo in persona. L’unico modo per salvarsi è andare a recuperare le anime di tutti gli altri debitori. Ovvero sconfiggere una trentina di spietati boss.  I comandi a disposizione, in ogni caso, sono essenziali: salto, schivata, parata e, ovviamente, sparo. Cuphead però è un gioco multiforme, che cambia a seconda del livello che si sceglie di affrontare di volta in volta. Alcuni, denominati “run ‘n gun”, ci chiedono di arrivare da un punto d’inizio fino a un traguardo, sconfiggendo i nemici e soprattutto raccogliendo monete, utili per comprare potenziamenti e armi. Mentre la maggior parte dei livelli ci vede contro un singolo, imponente nemico, da sconfiggere coi piedi per terra oppure nei cieli, visto che all’occorrenza Cuphead può anche trasformarsi in un piccolo aeroplano. Boss resi ancora più difficili dal fatto che dopo pochi colpi il nostro avatar soccomberà, costringendoci a sfruttare al meglio riflessi e strategia per uscirne vittoriosi.

Cup Souls
Proprio per il suo grado di difficoltà, come molti altri titoli anche Cuphead è stato paragonato alla celebre saga fantasy di Dark Souls. Non tanto come genere quanto come filosofia di base, con quell’approccio che premia la pazienza e la strategia e punisce i giocatori frettolosi e poco attenti ai dettagli. Un paragone certo ormai trito e ritrito, ma che rende comunque bene l’idea alla base del gioco: cadi, rialzati e poi vinci. Che sia per la grafica o il gameplay, Cuphead è indubbiamente un piccolo capolavoro, un gioco sì digitale ma realizzato con la stessa cura maniacale di un vecchio artigiano. E che in due settimane dall’uscita ha venduto più di un milione di copie. Mica male per una testa di tazza.

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