Injustice 2, se i videogiochi raccontano meglio dei film

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di Dario Marchetti

Tra i tormentoni di questi ultimi anni ci sono senza dubbio i cinecomics, quei kolossal hollywoodiani a tema supereroi tratti dai celebri fumetti targati Marvel e DC. Nonostante le uscite a getto continuo, il pubblico sembra non averne mai abbastanza, le case di produzione godono di incassi praticamente assicurati e materiale da cui pescare per scrivere sequel dopo sequel è virtualmente infinito. La realtà però è che non tutti questi film sono capolavori veri e propri, con poche perle (sto dicendo a te, James Gunn) in mezzo a tanti prodotti dimenticabili. E se in casa Marvel la situazione è migliore, non si può dire lo stesso della DC Comics. Che eccezion fatta per la trilogia del Cavaliere Oscuro di Nolan, sta incassando un flop dietro l’altro.

Ma lì dove il fior fiore degli sceneggiatori ha fallito, sembra invece aver centrato il bersaglio un videogioco. Per di più un picchiaduro. Il nome è Injustice 2, ultima fatica di quei Netherealm Studios guidati da Ed Boon, il papà della saga di Mortal Kombat. Appena uscito come sequel del titolo pubblicato nel 2013, chiamato Injustice: Gods Among Us. Questo videogame prende vita in una linea temporale alternativa nella quale, a causa del Joker, il prode Superman ha ucciso per errore la moglie Lois Lane, per giunta incinta. L’Uomo d’Acciaio finisce per impazzire, diventando un dittatore pronto a soggiogare tutto, e tutti, pur di portare la pace assoluta sulla Terra, anche a costo di sopprimere ogni libertà. Dopo anni di lotta, una resistenza tenace guidata da Batman riesce a sconfiggere il kryptoniano e ristabilire la normalità, ma, udite udite, una nuova minaccia si staglia all’orizzonte.

Ed è qui che prende piede la narrativa di Injustice 2, che fa dello storytelling interattivo proprio uno dei suoi punti di forza. A differenza dei soliti picchiaduro infatti, la modalità storia non è una semplice sequenza di scontri, ma un susseguirsi di capitoli che seguono diversi fili della trama e quindi diversi personaggi, ognuno coi suoi obiettivi e i suoi nemici. Il risultato è un viaggio in questa versione tutti-contro-tutti dell’universo DC, con eroi e cattivi che finiscono spesso per scambiarsi i ruoli, dando vita a scenari piacevolmente imprevedibili.

Ma soprattutto Injustice 2 è la dimostrazione che oggi i videogiochi sanno e possono raccontare grandi storie, spesso facendolo meglio di altri medium. E proprio lì dove i cinecomic DC hanno fallito, trasformando grandissime storie (come Il Ritorno del Cavaliere Oscuro) in lunghe torture dai risvolti tragicomici (vedi Batman v Superman: Dawn of Justice), il gioco di Ed Boon e compagni riesce a interpretare il cuore di questi personaggi, dandogli una sfumatura tutta propria, indipendente persino da quella già vista nelle pagine di carta. C’è da dire poi che la stessa saga di Injustice è diventata anche un fumetto, che ha avuto il compito di raccontare tutto ciò che succede tra un videogioco e l’altro. Un vero e riuscito esperimento di narrazione transmediale, che rende tutti i personaggi da Batman ad Harley Quinn, da Joker a Freccia Verde, molto più credibili delle loro controparti televisivo-cinematografiche (ad eccezione del compianto Heath Ledger).

Ma concentriamoci anche sul resto di Injustice 2. Il gameplay è solido come una roccia, accessibile ai neofiti e sufficientemente complesso per i veterani. Per svecchiare la struttura dei picchiaduro gli sviluppatori hanno introdotto il “gear system”: partita dopo partita i giocatori potranno ottenere nuovi pezzi di armatura per i 28 personaggi giocabili, andandone a modificare le abilità ma anche l’aspetto. Una novità che aggiunge un po’ di pepe alle sfide e consente agli appassionati di dare al proprio eroe (o supercattivo) un nuovo costume ispirato a uno dei tanti momenti della sua lunga carriera. Con tanto di contenuti provenienti da Wonder Woman, film appena uscito nelle sale, oppure dagli ultimi numeri, freschi di stampa, dei fumetti DC.

Graficamente parlando Injustice 2 si difende benissimo anche su console, con animazioni fluide soprattutto in campo facciale: ascoltare i personaggi dirsene di ogni colore prima di darsele di santa ragione è reso ancora più divertente dalla loro espressività al limite del fotorealismo. Peccato solo per la presenza un po’ troppo massiccia di microtransazioni: i pezzi di armatura si ottengono aprendo dei “forzieri” ottenuti giocando, ma che possono essere acquistati utilizzando denaro vero. Poco male, visto che non si tratta di un obbligo. Eppure in un titolo che viene venduto a prezzo pieno, e per il quale sono già previsti personaggi da acquistare a parte, ci sarebbe piaciuto non incappare in ulteriori meccaniche mangiasoldi.

 

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